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Grisélidis Réal, la devota puttana rivoluzionaria

Una gabbia, un divano, lunghi vestiti da sera appesi alle pareti, una sedia e un tavolino. Si presenta così la scenografia dello spettacolo Grisélidis – Memorie di una prostituta di Coraly Zahonero, andato in scena al Teatro della Cooperativa di Milano la scorsa settimana.

Ecco Grisélidis, interpretata dall’attrice Serra Yilmaz, che con i suoi capelli azzurro acceso come i suoi occhi, sta china sul tavolo a leggere. Alza lo sguardo, lo punta al pubblico, scosta la sedia e si alza. Inizia così un lungo e tagliente monologo, tratto da una storia vera, quella di Grisélidis Réal, scrittrice, pittrice e prostituta militante di origine svizzera.

Nata nel 1929 da una famiglia dotta e benestante, madre insegnante e padre professore di greco antico, Grisélidis all’età di trent’anni inizia a lavorare in Germania come prostituta, per racimolare quei soldi che il lavoro di artista non sempre le assicurava.

Ribelle a una madre asfissiante, a una rigida educazione moralista, Grisélidis ha sempre combattuto gli stati di padronanza, lavorando sempre e solo per stessa: così per la scrittura, la pittura e la prostituzione. Serra Yilmaz, attingendo direttamente dallo scrittoio dell’artista, presta la voce a una  donna rivoluzionaria e colma di umanità.

Memorie di una prostituta getta uno sguardo raro ma prezioso sulla prostituzione, presentandocela come una forma di umanesimo: il sacrificio del sé per donare ad altri spicchi di felicità. Sembra che per Grisélidis, pur non nascondendo le difficoltà del meretricio – al punto da paragonarlo ai “lavori forzati” – prostituirsi equivalga a un’opera di bene, di salvezza universale. Se non ci fossero le prostitute a chi si potrebbero rivolgere quegli uomini soli, ai margini, immigrati, storpi, depressi? Chi offrirebbe loro ascolto, attenzione, accoglienza? Grisélidis si sente investita da una missione salvifica, che realizza nella sua feroce battaglia a favore della legalizzazione della prostituzione e continuando a offrire i suoi servigi orgogliosamente fino all’età di sessantasei anni.

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“Si farà sesso con i robot… ma io preferisco la carne”

Ho intervistato il fotografo Stefano Tieni, che da un po’ di tempo seguo; è stata una bella chiacchierata.

Ciao Stefano, ho trovato alcuni tuoi scatti davvero suggestivi… quando hai iniziato a fare foto e quali sono state le motivazioni che ti hanno spinto?
«Ho iniziato a fare foto quando ero bambino. Erano i primi anni ’80 e al tempo “rubavo” la polaroid di mio padre per fare foto ai fiori soprattutto. Effettivamente i fiori mi piacciono tutt’ora, ma oggi li troverei un soggetto fotografico poco interessante… c’è molto altro da fotografare. La natura è anche oggi un punto di partenza, le locations sono per me una parte importantissima , ma devo sempre aggiungere un soggetto umano per rendere unico ed irripetibile quel momento».

«La spinta credo sia un qualcosa di inspiegabile, un fatto naturale… Evidentemente vuoi esprimerti e una voce interiore ti porta a fare delle foto, come mi ha portato a suonare la chitarra sin da bambino, a cantare più tardi e ad occuparmi di design. Questione di talento vero o presunto o di esigenza espressiva».

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A quali fotografi ti ispiri? E per quanto riguarda il cinema e il mondo dell’arte?
«Mi ispiro letteralmente a tutto… amo l’arte, vado spesso a visitare mostre e gallerie.
Il cinema è poi l’arte più completa, dato che unisce immagini, parole, suoni ecc.
Io credo che siano le emozioni ad ispirare, ti fai emozionare da una foto, da un scena di un film o da un dipinto e nel tuo cervello tutto queste contaminazioni si mischiano e danno vita magicamente a qualcosa di completamente nuovo, ispirato da altri eppure totalmente tuo. E ne esce una foto!».

«Nello specifico,parlando di grandi fotografi, il mio primo “amore” è stato sicuramente Helmut Newton, un uomo capace di creare situazioni surreali con un erotismo mai volgare. Mi colpirono molto gli scatti per un calendario intorno al ’93.
Aggiungo il provocatore Richard Kern e David LaChapelle. L’ultimo non mi piaceva, pensavo che le sue foto fossero frutto di un grande lavoro di computer grafica, poi ho visto una sua mostra ed ho scoperto che in realtà costruisce dei set reali, con una consapevolezza straordinaria».
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Sono GAY, BISESSUALE e sono ETERO.

Da bambina mi hanno insegnato che o sei gay o sei etero. O ti piacciono quelli del tuo stesso sesso o quelli, cosa più normale, più accettabile, più socialmente idonea, di sesso opposto.

A dodici anni l’ho capito: sono etero! anche io sento dell’attrazione sessuale verso un maschio!

A vent’anni poi, nelle serate, le amiche si baciavano sbronze tra di loro. Io non lo facevo mica, preferivo “limonarmi” i ragazzi. Ma lo si faceva così, per farsi vedere, perché intanto piaceva ai maschi, e poi, intanto, sì, si aveva bevuto… In compenso in camera avevo un poster-collage di ritagli di donne mezze nude presi da vari giornali. Di uomini, neanche l’ombra.

Lentamente ho iniziato ad apprezzare il corpo delle donne, a livello estetico, formale. Le foto di nudo delle donne sono di gran lunga più belle di quelle degli uomini, sarà perché non c’è un pendolo tra le gambe che spacca l’armonia delle forme.
Mica mi chiedevo sono lesbica, no, no, mi piaceva fare sesso con i maschi e le donne guardarle, apprezzarle, appendermele in camera.

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