Al di là del Caos. Pensieri sotto l’effetto Crash

Avete mai fatto un incidente stradale?
A me capitò all’età di quindici anni, un pomeriggio sul far dell’estate,  mentre cavalcavo il mio motorino, spavalda e su di giri per i tre mesi caldi e avventurosi che mi aspettavano.  All’improvviso comparse una macchina, che si piazzò lì davanti a me dove non doveva stare; lo scontro è stato inevitabile, un impatto forte e violento, la forza di un battito di ciglia che ha distrutto il motorino e ha fatto volare me dalla parte opposta della strada. Il motorino ferraglia accartocciata, io illesa con una micro frattura al pollice del piede destro.

Di quello scontro mi è rimasta impressa la violenza percepita con tutti i sensi meno che con la vista: sentii dentro al mio corpo la perdita di controllo, scorse nelle mie vene la velocità esorbitante. In un frangente di pochi secondi smisi di essere un corpo che cammina sulla terraferma, padrone di  sé e di ciò che lo circonda. Furono attimi in cui le membra si sovrapposero smodatamente e dolorosamente, lanciate in aria come una meteora incandescente. Diventai altro, smisi di comprendere, proiettata come un missile al di là del tempo, dello spazio, del limite tra cielo e terra. Tornai a essere solo e puro Caos. E in più sopravvissuta.

Non ripenso spesso a quell’incidente, ma la visione di Crash di Cronenberg l’ha richiamato alla memoria, riportando a galla anche zolle prima sommerse. E’ così irreale l’orizzonte sessual-meccanico proposto da Cronenberg? Crash mostra e fa vivere, e ri-vivere, quel Caos. Protagonisti sono corpi che sono stati fatti a pezzi dalla forza caotica, sono stati mutilati, handicappati, depotenziati ma sono sopravvissuti, e finché c’è una sopravvivenza ogni depotenziamento equivale a un potenziamento. Ogni scontro e mutilazione sprigiona pura energia sessuale, fonte di vita cui continuare ad abbeverarsi.
Ancora oggi mentre corro sulla strada – in macchina, in motorino, in bici –  mi trovo a pensare: “E se adesso non frenassi? Se adesso mi sfracellassi contro il camion davanti a me?”. È come con le vertigini, sono pensieri che ti solleticano il cervello e il sesso.

Tutti i personaggi di Crash sono all’esasperata ricerca di quella vertigine, che da pruriginoso solletico ben presto si trasmuta in spasmodica dipendenza, fino a trovare compimento e soluzione nella monomania sessuale. Già nella prima scena, ci appare la protagonista, dal corpo e portamento conturbante, in abbandono sensuale mentre appoggia il caldo seno contro la gelata superficie di un aeroplano. La vediamo godere, e noi non possiamo astenerci dal godere con lei.

Cronenberg, come sempre d’altronde, non lascia spazio al distacco o all’indifferenza.  O te ne vai oppure, se rimani, ti invita, ti chiama, ti prende la mano e ti trascina giù con lui e tutti i suoi fidi personaggi. Non c’è molto scampo per te che guardi, diventi partecipe e fautore, al punto che io, dodici ore dopo la visione del film, ho ancora in bocca un retrogusto acre, amaro di sporcizia e una puzza sulla pelle che sa di putrido e olio di motore. Mi sento sporca perché anche io ho desiderato essere scopata contro una macchina, con la mia pelle nuda distesa sulla gelata superficie, e la lingua calda che lecca il cofano.

Crash inscena senza dubbio un’estremizzazione, dall’inevitabile tragico epilogo, ma forse non si discosta poi così tanto dalle nostre taciute immagini sessuali, che spesso fanno visita, seppur idealmente, al rischio di accarezzare il Caos, vincerlo per poi sopravvivere con qualche cicatrice di più.

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